Esempi di incoraggiamento a livello sportivo
„Un atleta deve ascoltare il proprio corpo“
La snowboarder Daniela Meuli, 27 anni, campionessa olimpica nello slalom gigante parallelo a Torino 2006, campionessa del mondo 2005 e tre volte vincitrice della Coppa del mondo, dal punto di vista sportivo ha ottenuto tutto ciò che avrebbe potuto ottenere. Due anni fa, dopo il suo ritiro dalle competizioni, la docente di educazione fisica, futura allenatrice diplomata e studente in sociologia ha voltato pagina. Dal 2006 allena le giovani speranze dello Snowboard-Davos e il quadro nazionale femminile di mountainbike (quest’ultimo sino alla fine dell’anno). In questa intervista racconta quale sia il modo migliore per tutelarsi dal sovraccarico e per incoraggiare.
Il quarto principio della Carta etica afferma che incoraggiare significa non esigere troppo dagli sportivi ed evitare di spegnere il loro entusiasmo nei confronti dello sport. Di che tipo di incoraggiamento ha beneficiato da sportiva?
Io ho avuto una fortuna enorme. Sin dall’inizio sono stata circondata da persone straordinarie. Ho sempre praticato sport, dallo sci al calcio passando per il judo. Quando a 14 anni ho iniziato a dedicarmi allo snowboard ho avuto la fortuna di poter integrare il quadro delle giovani promesse di Davos, che era appena stato creato. Lì sono stata seguita al meglio e l’allenatore di questo quadro mi ha accompagnata sino alla vittoria ai Giochi olimpici. Ma ho ricevuto molto sostegno anche dai miei compagni di squadra. Ci siamo esortati a vicenda a dare il massimo.
In che misura questo tipo di incoraggiamento ha influenzato la sua carriera?
Un buon entourage e un buon incoraggiamento sono fattori determinanti per raggiungere il successo. Da sola non avrei mai potuto diventare campionessa olimpica. Dipendiamo sempre da molta gente che ci segue durante il nostro duro cammino, soprattutto quando le cose non vanno come dovrebbero.
Ha vissuto anche dei momenti in cui si è sentita sotto pressione?
Più si va avanti, più il sovraccarico – o gli stimoli – diventano parte degli allenamenti. Bisogna testare i propri limiti se si punta ai massimi livelli. E questi limiti s’imparano a conoscere anche superandoli durante l’allenamento. Io, tuttavia, ho avuto la fortuna di essere seguita da allenatori che non mi hanno mai sottoposta a carichi eccessivi. Riuscivano sempre a trovare il livello giusto per prepararmi bene senza eccedere. Ciononostante ho vissuto anche dei periodi in cui ero davvero sotto pressione. Penso ad esempio al passaggio dagli juniori all’élite, quando improvvisamente non salivo più sul podio ma ogni volta dovevo lottare duramente per qualificarmi. All’inizio sentivo una forte pressione sulle spalle anche quando avevo a che fare con i media, poi ho capito che anche questo faceva parte dello sport e che ci si poteva preparare alle interviste.
In che modo gli sportivi potrebbero essere incoraggiati meglio?
Un incoraggiamento adeguato è estremamente individuale e perciò richiede un’importante dose di sensibilità da parte dell’allenatore. È necessario conoscere bene ogni atleta e trattarlo in modo diverso per evitare di stimolarlo troppo o troppo poco, soprattutto quando ci si allena in gruppo. Bisogna coltivare questo fiuto ed è solo grazie all’esperienza e ad un lungo lavoro che gli allenatori raggiungono questo livello. Anche la costanza è importante, non solo per gli allenatori ma anche per gli atleti, che devono impegnarsi sistematicamente. Un migliore incoraggiamento sarebbe possibile anche dal profilo finanziario. Nel settore delle giovani speranze viene fatto molto ma rispetto ad altre nazioni, qui in Svizzera manca lo sport sostenuto dallo stato. Si potrebbe davvero fare di più da questo punto di vista.
Da dove inizia l’incoraggiamento sportivo?
I sintomi dell’allenamento eccessivo possono essere la stanchezza, la demotivazione, un calo di prestazioni e la tendenza a rinchiudersi in sé stessi. Anche in questo caso ognuno reagisce a modo suo di fronte a questa situazione particolare, che è relativamente difficile da riconoscere. Inoltre, il sovraffaticamento può essere dovuto ad altri fattori. Perciò è importante analizzare la situazione anche dal punto di vista del proprio entourage.
Uno sportivo può accorgersi da solo di essere sotto pressione oppure sono le persone che lo circondano che devono metterlo in guardia?
Come allenatrice desidero che ogni atleta impari ad ascoltarsi e ad ascoltare il proprio corpo, apportando delle modifiche alla propria pianificazione nel caso in cui dovessero manifestare dei sintomi di sovraffaticamento. Non è l’allenatore che deve dire allo sportivo di allenarsi meno, ma è lo stesso sportivo che dovrebbe accorgersene. Le giovani leve hanno sicuramente bisogno di un sostegno maggiore, ma con gli anni l’atleta dovrebbe sviluppare un certo fiuto per queste cose. Molti sportivi si allenano troppo e si affaticano eccessivamente da soli. Il mio ruolo è quello di insegnare loro ad analizzare meglio sé stessi e le esigenze dell’allenamento.